Plinio il Vecchio cosi’ scriveva: “La terza isola, sei miglia ad est di Lipari.E’ Stromboli sede della Reggia di Eolo che differisce da Lipari solo perché le sue fiamme sono più lucenti. Dal fumo che sprigiona si dice che gli abitanti del luogo prevedessero quali venti avrebbero spiratonei due  giorni successivi: da questo fatto è nata la credenza che i venti obbedissero ad Eolo”. E’ quest’incessante spettacolo di fuoco, fumo e pioggia di lava spiega la motivazione dell’attributo “faro del Mediterraneo” riconosciuto allo Stromboli, definito tra l’altro come “il vulcano più gentile della terra”.

Da oltre duemila anni esso svolge un’attività prevalentemente esplosiva, detta stromboliana, che consiste in un’intermittente emissione di frammenti incandescenti di lava.

Alexander Dumas nel suo “Viaggio nelle Eolie” cosi’ descriveva il fenomeno: “Il cratere dello Stromboli ha la forma di un grosso imbuto, in fondo ed in mezzo al quale, c’è un orifizio attraverso cui un uomo entrerebbe a mala pena, e che comunica con il camino interno del vulcano. E’ questa fenditura che, simile alla bocca di un cannone, lancia una pioggia di proiettili che ricadendo nel cratere trasportano con sé pietre, cenere e lava, che ostruiscono questa specie di imbuto. 

Il vulcano sembra allora raccogliere le forze per alcuni minuti, compresso com’è dalla chiusura della sua valvola: ma nel giro di un attimo, la sua fumata trepida come se fosse ansimante e si ode scorrere nei fianchi incavati della montagna un sordo boato.

Infine, la cannonata esplode di nuovo, scagliando a duecento piedi sopra la vetta più elevata i nuovi sassi e la nuova lava che, ricadendo e ricostituendo la bocca del condotto eruttivo, prepareranno una nuova eruzione. Visto dall’alto della nostra postazione, questo spettacolo sembrava splendido e raccapricciante; ad ogni convulsione interna che prova la montagna, la si sente fremere su se stessa, come se si stia per squarciare da un momento all’altro, poi l’esplosione, simile ad un gigantesco albero di fiamme e di fumo, che scrolla le sue foglie di lava”.

E continua Dumas: “Era proprio nello Stromboli che Eolo teneva incatenati ”luctantes ventos tempestatesque sonoras”.

Senza dubbio, ai tempi del cantore di Enea, e quando Stromboli si chiamava Strongyle, l’isola non era ancora nota per quello che è, e stava preparando nelle sue cavità quelle periodiche ed infuocate eruzioni che ne fanno il vulcano più gentile della terra.

Con lo Stromboli, infatti, si sa a cosa si va incontro: non è come il Vesuvio o l’Etna che, per una eruzione, fanno attendere il viaggiatore tre, cinque ed a volte anche dieci anni.

Ma si potrebbe rispondere che ciò dipende dalla gerarchia che essi occupano tra i vulcani,  gerarchia che permette loro di essere aristocratici a loro svantaggio: è vero. Ma occorre essere grati allo Stromboli di non aver abusato neanche un solo momento della sua posizione sociale e di aver capito che sarebbe stato solo un vulcano tascabile, al quale nessuno avrebbe prestato attenzione, se si fosse dato troppe arie. Quanto gli manca di qualità, Stromboli lo guadagna in quantità.

 

L’attività del vecchio Stromboli può anche essere di natura effusiva, e in entrambi i casi, lo sbocco naturale per la ricaduta dei lapilli o delle colate laviche è una depressione formatasi 5.000 anni fa, situata sul fianco nord-occidentale e chiamata Sciara ( dall’arabo “ strada”) del fuoco.